Imparare a maneggiare il rischio

business.jpgSe dieci anni fa avessi chiesto in giro “secondo te, cosa muove il business?”, avrei ottenuto una percentuale schiacciante di una sola risposta: “il profitto”. Se lo chiedessi ora, forse la percentuale non sarebbe così alta, ma pur sempre la predominante.

Da sempre, siamo abituati a vedere il business, o in generale qualsiasi avventura imprenditoriale, come una corsa forsennata al guadagno maggiore, al massimo risultato con il minimo costo. In parte è vero, certo. Un business che chiude in negativo non è sostenibile e chiuderà molto presto.

Negli ultimi anni, quando ci siamo resi conto che per rispondere ai nostri crescenti bisogni dovevamo introdurre sempre nuovi prodotti o servizi, abbiamo anche aperto maggiormente gli occhi sull’impatto psicologico ed emotivo che questi comportano. Abbiamo riscoperto l’umanità, rispolverato una dimensione più umana del capitalismo – se ancora possiamo definire la nostra era come tale.

Marco Alverà, CEO di Snam, in un suo recente discorso ha identificato la radice dello sviluppo del business nella correttezza, intesa come equità, senso di giustizia. Continua a leggere

Smettiamola di preoccuparci del futuro: prepariamoci ad affrontarlo

imagesImmaginiamo per un attimo di tornare ai primi del Novecento e dire a un agricoltore dell’epoca che nel giro di un secolo le persone impiegate nell’agricoltura caleranno dal 40% al 2%. La reazione più plausibile che riceveremo sarebbe “e allora cosa faranno gli altri? Cosa mangeranno?”. Domande legittime, risposte semplici: faranno un lavoro che non è stato ancora inventato.

La nostra posizione in questo momento è esattamente analoga a quella dell’agricoltore della storia. Non siamo in condizioni di prevedere quali saranno i lavori non ancora inventati, in particolare in settori che ancora non esistono (come poteva essere l’informatica un secolo fa), ma abbiamo ugualmente paura che i posti di lavoro come li conosciamo oggi vengano persi. Continua a leggere

LUISS e Intesa Sanpaolo insieme per le imprese familiari

FamilyBusinessL’ultimo rapporto sulle competenze digitali della Commissione Europea fotografa una Italia ancora molto indietro per quanto riguarda la digitalizzazione.

La Commissione stima che in futuro 9 lavori su 10 richiederanno competenze digitali. Tuttavia, 169 milioni di europei tra i 16 e i 74 anni ad oggi non possiedono neanche le abilità digitali di base.

Il nostro Paese è al 25esimo posto con il 44% di italiani in possesso delle competenze digitali di base, cioè quelle utili nella vita di tutti i giorni. Peggio di noi solo Cipro, Romania e Bulgaria, mentre vanno meglio Spagna (53%), Francia (56%) e Germania (68%).

Al momento, in Europa il 40% delle aziende ha difficoltà a trovare specialisti di ICT, e si stima che entro il 2020 ci sarà un potenziale di 500,000 posti di lavoro per professionisti informatici che non verrà coperto. Continua a leggere