Villa Blanc ospita il progetto Game of Vanth tra arte, storia e visione

DSCF8495rdLGOViviamo in una epoca di trasformazione e transizione. La vediamo in ogni ambito della nostra vita e a tratti abbiamo difficoltà a fare i conti con il tempo che va e cambia ogni cosa. Riuscire a fermare il tempo è una abilità, trovare i varchi del passato per vedere il futuro, pur vivendo nel presente, è arte.

È questa l’idea alla base del progetto Game of Vanth, un percorso temporale in cui la fotografia d’azione diventa performativa con la messa in scena di attori inaspettati, come cavalli, levrieri e rapaci insieme all’essere umano, che ha avuto Villa Blanc, sede della LUISS Business School, come palco di eccezione. Continua a leggere

Langolostorto: Guida all’innovazione ribelle

Articolo pubblicato su Formiche del mese di Settembre 2018

innovation.jpgUna parte dei gesti che facciamo quotidianamente è automatica e gestita dal nostro cervello in modo meccanico. Pensiamo al rituale della mattina: non dobbiamo riflettere troppo prima di lavarci il viso, o i denti, o di chiudere a chiave la porta di casa.

Eppure, i processi automatici del nostro cervello non sono fissi. Consolidati sì, ma non fissi.

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L’innovazione della scuola: imparare a maneggiare la trasformazione

schoolÉcole 42 è un esperimento interessante per molti motivi. Innanzitutto, è una innovazione europea, francese per la precisione, e che è approdata solo di recente in California. Inoltre – ma è decisamente l’elemento che salta di più all’occhio, è una università senza docenti. Il risultato è qualcosa di assolutamente diverso da qualsiasi altra scuola francese o di altra parte del mondo.
Come è possibile? Continua a leggere

Imparare a maneggiare il rischio

business.jpgSe dieci anni fa avessi chiesto in giro “secondo te, cosa muove il business?”, avrei ottenuto una percentuale schiacciante di una sola risposta: “il profitto”. Se lo chiedessi ora, forse la percentuale non sarebbe così alta, ma pur sempre la predominante.

Da sempre, siamo abituati a vedere il business, o in generale qualsiasi avventura imprenditoriale, come una corsa forsennata al guadagno maggiore, al massimo risultato con il minimo costo. In parte è vero, certo. Un business che chiude in negativo non è sostenibile e chiuderà molto presto.

Negli ultimi anni, quando ci siamo resi conto che per rispondere ai nostri crescenti bisogni dovevamo introdurre sempre nuovi prodotti o servizi, abbiamo anche aperto maggiormente gli occhi sull’impatto psicologico ed emotivo che questi comportano. Abbiamo riscoperto l’umanità, rispolverato una dimensione più umana del capitalismo – se ancora possiamo definire la nostra era come tale.

Marco Alverà, CEO di Snam, in un suo recente discorso ha identificato la radice dello sviluppo del business nella correttezza, intesa come equità, senso di giustizia. Continua a leggere

La singularity è vicina, forse

pexels-photo-574645In principio erano i cyborg. Umanoidi, mezzi uomini e mezze macchine, di cui il cinema amava raccontare le avventure. Se una ventina di anni fa questa era solo bizzarria cinematografica, oggi stiamo apparentemente avanzando a grandi falcate verso quella direzione, e non per finzione scenica.

Si chiama Singularity, ed è sempre più vicina. Almeno, questo è quanto sostiene il Direttore dell’Ingegneria di Google e autore di La singolarità è vicina, Ray Kurzweil. Continua a leggere

Il piccolo problema del tempo e come allungare la propria vita

astrology-astronomy-atmosphere-1151262.jpgQuante volte sento questa frase ogni giorno: “non ho tempo per questo”. Che sia io a pronunciarla o qualcun altro, la sento costantemente, forse troppo. Il tempo è un tema aperto. In termini filosofici, potremmo pensarlo come circoscritto all’arco di una vita, oppure nella più ampia prospettiva che abbraccia sin dagli inizi dell’universo.

Una delle più interessanti teorie sul tempo che ho letto di recente è quella del brillante fisico inglese Stephen Hawking. Nel suo ultimo discorso prima di morire lo scorso marzo 2018, Hawking si domandava se fosse diventato più famoso per la sua sedia a rotelle e la sua disabilità o per le sue scoperte scientifiche. Nonostante la sua malattia, che gli fu diagnosticata quando era all’ultimo anno di università, ha continuato a studiare, fare ricerca e insegnare e, per sua ammissione, “non aveva paura di morire, ma non aveva fretta di farlo”. Continua a leggere

Il volto umano della digitalizzazione

pexels-photo-926984Guardatevi intorno. Guardate fino alla fine del vostro braccio destro. Con grande probabilità, vi troverete il vostro smartphone, o il pc, o il telecomando del televisore. Con altrettanta probabilità, avrete difficoltà a ricordarvi l’ultima volta in cui vi siete “annoiati”, camminando nel silenzio che è nemico della fretta, rumorosa e apparentemente indispensabile nel nostro tempo.

Il futurologo Gerd Leonhard afferma che il lusso dei nostri tempi è riuscire ad essere offline, almeno di tanto in tanto, ed è vero. Se dovessimo guardare indietro nell’ultimo anno e contare le giornate che abbiamo passato totalmente disconnessi da cellulare, social networks, email e telefonate quasi certamente non arriveremmo a contarle sulle dita di una sola mano. Continua a leggere

Matematica, sostantivo femminile

pexels-photo-1068523Ultimamente mi capita più frequentemente che in passato di leggere di donne in posizioni di rilievo nei campi delle scienze, della matematica o della tecnologia. Ne sono orgoglioso, non solo in quanto Direttore Generale di una università, ma anche come persona.

La parità di genere – o meglio, di opportunità – nell’educazione è un successo per tutti. Eppure, la percentuale di donne impiegate o ricercatrici nei campi più tecnici, in particolare della matematica, è ancora tutt’altro che soddisfacente. Si stima che la percentuale di professoresse ordinarie di matematica nelle università americane sia di appena il 15%. Non vanno meglio le docenti di informatica e ingegneria, rispettivamente al 18% e 14%. Le abilità più “soft”, invece, come la psicologia e la biologia, vedono invece una percentuale femminile nettamente superiore: 55% e 34% rispettivamente. Continua a leggere

Erostudente: un anno dopo

Un anno fa è uscito Erostudente. Ricordo ancora l’emozione di tenere in mano la prima copia. Profumava di carta stampata, quell’odore indescrivibile che ci attira sempre, che ci fa viaggiare in un istante dentro storie d’inchiostro.

Erostudente è un viaggio, non un semplice racconto. Raccoglie storie concrete e dense, di studenti, ragazzi che si sono scontrati con l’invisibilità del diverso, che hanno smascherato l’indifferenza degli adulti. Che si sono fermati, ma allo stesso tempo hanno anche corso. Continua a leggere

La sfida dell’intelligenza artificiale

Schermata 2018-05-04 alle 14.38.25Quando si atterra in un aeroporto cinese, si ha subito la sensazione di essere in un Paese enorme, diverso, in rapida mutazione. Le strade di Pechino sono piene di colori e suoni, rumori e odori. Quelle di Shanghai vibrano con lo spirito in movimento che si sente in ogni angolo.

La Cina è un Paese che avanza. Anzi, corre. Si costruiscono grattacieli nel giro di poche settimane, l’economia si espande in modo costante e inesorabile, l’innovazione galop- pa. Nessuno scenario, politico o economico, può prescindere dai volumi della Cina. Semplicemente, non possiamo dimenticarci di chi macina tappe per arrivare ai più alti standard di innovazione e sviluppo.

L’intelligenza artificiale (AI), in particolare, è per la Cina un driver fondamentale di sviluppo tecnologico e sociale. Eppure, come ogni trasformazione, non avviene in modo indolore.

La Cina, come riporta un articolo recentemente pubblicato sul MIT Technology Review, ha già iniziato a mettere in atto i suoi piani per raggiungere il livello di sviluppo degli Stati Uniti per quanto riguarda l’AI entro il 2020 (mancano meno di due anni…) e punta a diventare un hub globale di innovazione entro il 2030. Ritmi impressionanti, che fanno sorgere più di una domanda.

Siamo – quasi – tutti consapevoli dei vantaggi che l’automazione di alcuni compiti (meccanici, ripetitivi e probabilmente poco gratificanti) può avere per la filiera. Dal punto di vista industriale, automazione e AI sono sinonimi di innumerevoli benefici. Innanzitutto, maggiore velocità dei processi produttivi e una possibile maggiore accuratezza. Un braccio meccanico sarà in grado di assemblare un’automobile in una frazione del tempo che ci metterebbe un uomo e incastrerà le componenti con grande precisione.

Un altro aspetto, spietato ma necessario, riguarda il costo del lavoro. Se un robot è in grado di sostituire n uomini, allora n-1 uomini saranno sicuramente da rimpiazzare, a costi minori. Un tema, questo, che per quanto duro da affrontare è senza alcun dubbio sul tavolo degli amministratori delle società interessate.

Tuttavia, la filiera industriale non viaggia da sola, così come spesso dimentichiamo che dietro un solo robot ci sono n uomini che programmano, studiano, realizzano simulazioni, materiali ed esperimenti. Prendere in considerazione solo gli aspetti economici sarebbe miope e riduttivo, perché l’algoritmo è cosa umana.

La trasformazione, per quanto inesorabile possa essere, rischia anche di portare con sé delle fratture. Gli strappi sociali, allo stesso tempo fonte e causa di malcontenti
e crisi, sono i più subdoli e difficili da smascherare. Lo strappo sociale mal gestito, mascherato da fuga di cervelli e giustificato come resistenza al cambiamento, è inevitabile senza politiche economiche e sociali ritagliate su misura sui nuovi bisogni dell’industria e delle persone. Come un tessuto ha bisogno di essere elasticizzato per resistere alle pressioni di chi lo tira senza strapparsi, allo stesso modo noi abbiamo bisogno di renderci un po’ più elastici per resistere agli urti della trasformazione senza venire colpiti e travolti.

Innovazione richiede competenze nuove. Una nuova scuola, una nuova formazione, nuove materie di studio più in linea con i desideri delle aziende che dovranno poi assumere i ragazzi al termine del ciclo di studi. Anche i più ottimisti concordano sul fatto che l’AI farà perdere numerosi posti di lavoro. Uno studio di Oxford ha evidenziato quali lavori sono più a rischio, e i risultati sono tutt’altro che incoraggianti.

Si stima che entro il 2021 gli operatori delle lavanderie a gettoni saranno sostituiti dalle macchine. Nel 2027 sarà il turno dei camionisti, oramai inutili quando si avranno camion a guida autonoma. Entro il 2049 dei robot potrebbero scrivere un romanzo bestseller per il New York Times e nel 2053 sarà il turno dei chirurghi. Se siete cassieri, il vostro lavoro è sostanzialmente destinato a sparire, con il 97% di probabilità di automazione nel breve termine. Ma se siete musicisti o cantanti potete dormire tranquilli: con solo il 7% di probabilità di automazione è molto difficile che il vostro lavoro sia dato in pasto a una macchina.

Eppure, nonostante le previsioni funeste sull’automazione calino sul nostro sguardo un velo di tristezza, è altrettanto vero che nuovi posti di lavoro verranno creati: oltre 800mila entro il 2021, con un impatto di 1,1 trilioni di dollari sull’economia globale, secondo una stima di IDC.

Il lavoro del futuro non esiste, o quasi. Ma la storia non comincia ora. D’altronde, chi tra i nostri nonni avrebbe mai capito cosa intendevamo se avessimo detto loro che facevamo il webmaster, il digital strategist o il social media manager?

Nuove sfide richiedono nuove competenze per non tagliare fuori i giovani dalla trasformazione. Proprio in questi giorni lo stanno gridando i ragazzi che partecipano al Festival dei giovani di Gaeta, un’occasione unica di incontro e dialogo dei giovani e per i giovani. In cui gli adulti, per una volta, non parlano ma ascoltano e basta. Lo status quo non ci consente di desiderare ciò che non riusciamo ancora a vedere.

Henry Ford diceva che se avesse chiesto ai suoi clienti cosa desideravano avrebbero chiesto non una macchina, ma cavalli più veloci. La Cina è pronta – e da un pezzo, verrebbe da dire – all’innovazione che genera e rigenera, che sposta e trasforma. Ha raccolto la sfida dell’AI e si troverà ben presto a gestire una grande mole di lavoratori da riallocare in nuove professioni.

La sfida, per noi Paesi occidentali, sarà quella di starle dietro. Forse dovremmo iniziare a correre un po’ di più.

 

Pubblicato sulla rivista Formiche, n. 136, Maggio 2018