Tutti i bambini stanno bene

adorable-childhood-children-754769.jpgIl nostro orizzonte temporale, la nostra profondità di visione del presente e del futuro, è caratterizzato da una prospettiva schiacciata in una continua accelerazione. Viviamo di fretta: fretta di mandare i nostri figli a scuola, magari mandandoli a fare la primina; fretta di insegnare loro a maneggiare l’arma a doppio taglio della competizione, che può essere sana e portare a un desiderio di migliorarsi, oppure deleteria e creare tensioni; fretta di formarli ad affrontare un mondo del lavoro che, per la verità, non conosciamo nemmeno noi.

Il ritmo del cambiamento, che pulsa a velocità sempre crescente, rende il futuro imprevedibile. Sposta l’asse delle nostre certezze e le rende inadatte a fare previsioni. Quello che ci resta non è vivere il momento, bensì allenarsi all’adattamento, partendo proprio dalla scuola.

In Finlandia, uno dei Paesi con il sistema educativo più efficiente al mondo, i bambini iniziano la scuola a sette anni (più tardi rispetto al resto dei Paesi occidentali), vivono in ambienti in cui è bandito lo stress e non hanno compiti a casa. Evidentemente è un metodo che funziona. Basti pensare che nella valutazione PISA (Program for International Student Assessment) dell’OCSE, che rileva le performance in matematica e scienze degli studenti delle scuole dei paesi membri dell’organizzazione, la Finlandia resti il primo paese per capacità e punteggio.

Secondo il World Economic Forum, questo primato è dovuto al fatto che l’istruzione è costruita secondo modelli di senso comune, in cui l’apprendimento si misura con attenzione alla persona e non attraverso test standardizzati e impersonali.

Come possiamo aspettarci creatività da ragazzi che educhiamo per tredici anni in binari prestabiliti, dove la devianza dal binario comporta una penalizzazione? Come possiamo chiedere collaborazione ad adulti che abbiamo formato alla competizione sin da bambini? Come possiamo formare adulti sereni se iniziamo a trasmettere loro pressione sin da piccoli?

Occorre ripensare l’educazione attorno alla persona, rimettendo al centro il processo di apprendimento che a volte viene soffocato da test e valutazioni che cannibalizzano la formazione personale e fanno ruotare tutto il sistema di formazione attorno ad essi. Ci sono Paesi in cui addirittura il test che garantisce l’accesso alle migliori università è l’obiettivo principale dell’intero percorso scolastico. Fino al punto che nel giorno dell’anno in cui si tiene il test l’intero Paese si blocca e trattiene il fiato in vista dell’uscita dei risultati.

Ma siamo davvero sicuri che sia questa la direzione giusta? A cosa pensiamo quando spingiamo sull’acceleratore delle aspettative? L’equilibrio delle nuove generazioni oggi determinerà il metro con cui misureremo il domani.

Di recente ho letto una storia interessante. Quando i Masai si salutano, la domanda tipica è Kasserian Ingera?, che tradotto non è “come stai”, o “come va”, ma “come stanno i bambini?”. La risposta che ne segue generalmente è “tutti i bambini stanno bene”. Non i miei bambini, non alcuni bambini, ma tutti i bambini. Nella cultura Masai, infatti, la società non può dirsi in salute se i bambini non stanno bene. Il benessere delle generazioni successive è, infatti, il principale obiettivo della tribù dell’Africa orientale.

Come sta la nostra società? Come stanno i nostri bambini?

2 pensieri su “Tutti i bambini stanno bene

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