Langolostorto: Venti anni di vantaggio

Articolo pubblicato su Formiche del mese di Ottobre 2018

sharing.jpegRicordiamo le raccomandazioni che i nostri genitori ci facevano di continuo quando eravamo bambini? “Non accettare caramelle dagli sconosciuti”, “non parlare con gli sconosciuti”, figuriamoci salire in macchina con degli sconosciuti. Probabilmente a nostra volta le avremo fatte ripetutamente anche ai nostri figli. Certo, il mondo appare un luogo tutt’altro che sicuro, eppure di rado ci soffermiamo a riflettere su quanto sia cambiata questa percezione in un periodo di tempo relativamente breve.

La fiducia, base dei rapporti umani più profondi, può e deve tornare ad essere il motore dell’economia, la valuta del nostro futuro.

Basti pensare alle opportunità che si creano con la condivisione di beni e servizi tra estranei. Due esempi su tutti: Airbnb e Blablacar. Su Airbnb si cede la propria casa a degli estranei per un certo periodo di tempo, fidandosi che le regole che richieste siano effettivamente rispettate. Blablacar è nata nel 2004 per creare una piattaforma che consentisse di condividere viaggi a lunga percorrenza, risparmiando sul tragitto e conoscendo persone nuove.

Rachel Botsman, esperta degli impatti che la fiducia ha in termini sociali ed economici e docente alla Saїd Business School di Oxford, ha passato anni a ricercare gli effetti che la fiducia ha per la nostra società. Il consumo collaborativo, così definito dalla Botsman, sta creando l’inizio di una trasformazione del modo in cui pensiamo all’offerta e alla domanda, ma è anche parte di un enorme cambiamento dei valori che è già iniziato.

Dall’altro lato però mai come oggi sono visibili e crescenti i rischi legati alle mistificazioni che si possono operare on line e rispetto a questo è cruciale il ruolo della formazione che attraverso anche una componente esperienziale può immergere lo studente nella realtà fattuale e tangibile della relazione interpersonale. L’allenamento alla accettazione della diversità ed alla molla dell’empatia. Al competere più con sé stessi che con gli altri con cui può convenire la collaborazione. Insomma, il tema sempre più attuale del valore delle humanities rispetto al pur irrinunciabile competenza tecnologica.

E questo soprattutto oggi che l’alta formazione è chiamata ad affrontare non poche ostilità. Ad esempio, che risposte diamo all’economista Bryan Caplan che nel suo libro “The Case Against Education” ha suggerito di abolire qualsiasi investimento previsto per l’educazione accademica?

Il ragionamento di Caplan è semplice: le università hanno la presunzione di formare le future generazioni a fare lavori che ancora non esistono trasmettendo conoscenza obsoleta e irrilevanti metodologie.

Vale la pena di fermarsi a riflettere: da un lato, occorre prendere seriamente in considerazione il fatto che un istituto di formazione, se diventa mero “erogatore di titoli”, semplicemente non funziona più. D’altro canto, e questo è un aspetto decisamente incoraggiante, esiste ancora un diretto collegamento tra il numero di laureati e il benessere di un paese.

È recente il risultato della ricerca di Seth Stephens-Davidowitz, The Geography of Fame, che ha mostrato come esista correlazione diretta tra la presenza di un istituto universitario e il successo futuro dei bambini che nascono in quella zona: le università, insomma, sembrerebbero agire come veri e propri poli di irradiazione di creatività e crescita.

Occorre però che funzioni l’ecosistema. Che lo studente scelga ben informato di formarsi in un ateneo che con i giusti finanziamenti e l’adeguato livello di autonomia a sperimentare in un mondo che corre rapidissimo, riesca ad essere all’avanguardia e competitivo. È ancora quindi attualissima la considerazione di Umberto Eco: “frequentare bene l’università significa avvantaggiarsi di vent’anni su tutti gli altri”.

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