Imparare a maneggiare il rischio

business.jpgSe dieci anni fa avessi chiesto in giro “secondo te, cosa muove il business?”, avrei ottenuto una percentuale schiacciante di una sola risposta: “il profitto”. Se lo chiedessi ora, forse la percentuale non sarebbe così alta, ma pur sempre la predominante.

Da sempre, siamo abituati a vedere il business, o in generale qualsiasi avventura imprenditoriale, come una corsa forsennata al guadagno maggiore, al massimo risultato con il minimo costo. In parte è vero, certo. Un business che chiude in negativo non è sostenibile e chiuderà molto presto.

Negli ultimi anni, quando ci siamo resi conto che per rispondere ai nostri crescenti bisogni dovevamo introdurre sempre nuovi prodotti o servizi, abbiamo anche aperto maggiormente gli occhi sull’impatto psicologico ed emotivo che questi comportano. Abbiamo riscoperto l’umanità, rispolverato una dimensione più umana del capitalismo – se ancora possiamo definire la nostra era come tale.

Marco Alverà, CEO di Snam, in un suo recente discorso ha identificato la radice dello sviluppo del business nella correttezza, intesa come equità, senso di giustizia.

Cosa significa essere corretti? Nel business in modo particolare, la strategia vincente sembra quella che ci porta a prevaricare l’altro per guadagnare uno spazietto in più per noi. Niente di più sbagliato. Essere equi significa accettare il proprio spazio e provare sì a migliorarlo ed espanderlo, ma rispettando l’altro e cercando di aumentare se possibile anche il suo.

L’equità, intesa in questo senso come estensione di opportunità, richiede però una dose non irrilevante di emozione. Significa coinvolgimento della persona a tutto tondo, includendo quegli aspetti personali che a volte riteniamo non debbano avere posto al lavoro. E invece sono proprio ciò che fa la differenza. Per un leader, continua Alverà, avere 3000 dipendenti che fissano l’orologio in trepidante attesa che finisca il loro turno e 3000 dipendenti felici e coinvolti significa rendere un intero meccanismo un fallimento, o un successo.

Essere giusti e corretti, infine, implica assumersi dei rischi per ciò che si crede. Fino a un decennio fa, l’idea di prendere su di sé dei rischi non era molto ben vista. Con la crisi finanziaria e la saturazione dei posti pubblici che davano una grande sicurezza fino a poco prima abbiamo capito che il business deve recuperare quella sua percentuale di rischio per avere qualche chance in più.

Ora occorre fare un ulteriore passo in avanti. Occorre insegnare ai ragazzi che rischiare per qualcosa in cui si crede e che porta vantaggi alla collettività non è un male, ma è una opportunità di imparare a gestire ciò che non conosciamo, pronti a prendersi la responsabilità anche di un fallimento, se necessario. È dagli errori che si apprendono le più importanti lezioni di vita.

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