Il settimo senso

Pubblicato originariamente sul mensile Formiche, agosto-settembre 2018

roadImmaginiamo di uscire per strada e chiedere ai passanti come vedono il presente, o il futuro, quali siano le loro percezioni sul nostro mondo di oggi. La quasi totalità delle persone che intervisteremmo, o almeno una buona parte di essi, risponderebbe con toni negativi, dipingendo un presente nero e un futuro al limite grigio, magari rievocando un passato ricordato con tinte certamente più rosee. La verità, sempre nel mezzo, è che il presente è molto meno grigio di quello che pensiamo e il passato un po’meno rosa.

John Seely Brown, ex direttore dello Xerox Palo Alto Research Center e autore di “Una nuova  cultura dell’apprendimento” e “La vita sociale dell’informazione” analizza la curva delle competenze, ossia il modo in cui le abilità vengono acquisite e trasformate in una professione e il percorso che seguono. Il risultato è alquanto interessante.

Secondo Seely Brown, il passato – i secoli XVIII, XIX e XX – erano caratterizzati da una curva a S che rimaneva sostanzialmente invariata nell’arco dei decenni di impiego del lavoratore. Le abilità richieste erano fisse e i percorsi di carriera piuttosto prevedibili. Poi, nel XXI secolo, qualcosa è cambiato ed è iniziata una corsa all’espansione delle capacità richieste per un percorso lavorativo in evoluzione. Se prima il percorso delle capacità era verticale rispetto al nostro silos – tanto che ancora molti sistemi industriali e formativi sono concepiti per un apprendimento che avviene prevalentemente in silos -, quello che oggi viene richiesto è di approfondire il contesto tanto quanto il contenuto. La curva di formazione è non più a S, ma a J, dove le capacità devono accrescersi senza adagiarsi su prospettive individuali.

Conoscere il contesto, ossia le interazioni orizzontali delle conoscenze, è oramai tanto importante quanto coltivare le proprie expertise verticali. Il lavoro, così come la formazione, deve uscire dal silos e crescere in altezza in edifici con finestre, non pareti, ai lati. Ciò è possibile grazie a quello che Seely Brown chiama “il settimo senso”, la capacità di vedere oltre la iperconnessione in cui siamo calati grazie all’immaginazione: un po’creatività, un po’visione. In un mondo che cambia in modo esponenziale, dominato da una complessità articolata e pervasiva, l’immaginazione esce dal campo dell’arte, in cui siamo stati abituati a vederla, e va a toccare anche i settori più impensabili: l’industria, il business, l’educazione. Che posto dare all’immaginazione in un percorso curriculare, o in un processo produttivo?

Se vogliamo, è lo spirito del design thinking. Significa osservare un oggetto e non limitarsi a descriverne forma, altezza, volume o colore, ma vederne il potenziale di uso. Significa osservare un blocco di appunti ed immaginarne il beneficio per dei bambini in età scolare, o per un artista che vi abbozzerà l’idea per la prossima grande opera.

Il presente – e, con ogni evidenza soprattutto il prossimo futuro – ci sta mettendo a disposizione molti più strumenti di quanti ne riusciamo a vedere. Viviamo in una epoca di opportunità in espansione e moltiplicazione, di cui apprezziamo solo una parte. Perché non proviamo ad alzare e girare lo sguardo, iniziando a osservare il contesto allargato?

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