La singularity è vicina, forse

pexels-photo-574645In principio erano i cyborg. Umanoidi, mezzi uomini e mezze macchine, di cui il cinema amava raccontare le avventure. Se una ventina di anni fa questa era solo bizzarria cinematografica, oggi stiamo apparentemente avanzando a grandi falcate verso quella direzione, e non per finzione scenica.

Si chiama Singularity, ed è sempre più vicina. Almeno, questo è quanto sostiene il Direttore dell’Ingegneria di Google e autore di La singolarità è vicina, Ray Kurzweil. Intellettuale e inventore che aveva predetto, tra le altre cose, la caduta dell’Unione Sovietica e la rapida espansione di internet già nel 1990, Kurzweil è convinto che il punto di incontro tra uomo e macchina avverrà nel 2045. A quel punto, la tecnologia sarà avanzata al punto tale che l’essere umano stesso non riuscirà più a vedersi nello stesso modo e il confine tra ciò che è umano e ciò che è appannaggio delle macchine sarà talmente labile da sembrare inesistente.

Stiamo già lavorando per creare super-computer, forme di intelligenza artificiale che assomigliano talmente agli umani da sembrare tali anch’esse. Le profezie di Kurzweil in merito disegnano un futuro dai tratti completamente rivoluzionari. Nella sua visione cambierà tutto: dal posto di lavoro, al modo in cui cureremo le malattie, alle nostre relazioni interpersonali, solo per citare alcuni aspetti. Grazie alla realtà virtuale, ad esempio, l’ufficio sarà obsoleto perché ci potremo sostanzialmente “teletrasportare” sul luogo di lavoro ed entro il 2030 sarà pressoché impossibile distinguere la realtà virtuale da quella…reale.

Sul fronte della medicina avremo poi i risultati più eclatanti. La gran parte delle malattie, soprattutto neurodegenerative, verrà debellata. Saremo in grado di fare reverse engineering al cervello umano e far regredire fino a sparire problemi neurologici come la malattia di Parkinson, o l’Alzheimer, o addirittura prevenire l’insorgenza di infarti.

Non è fantascienza, ma quanto già si sta iniziando a fare in alcuni laboratori sperimentali. I nanobots, dei micro dispositivi di grandezza variabile tra i 0.1 e i 10 micrometri (un micrometro è un milionesimo di metro), dunque grande circa quanto un globulo rosso, sono già stati testati con successo nel combattere i tumori in sperimentazioni sui topi, iniettando direttamente nel sangue piccole quantità diffuse di medicinali con grande precisione nelle cellule infette, in modo molto meno invasivo delle tradizionali chemioterapie. Entro il 2030 si stima che saranno ampiamente diffusi anche nel trattamento degli umani e in grado di curare ben oltre le capacità della attuale conoscenza medica.

Se questo scenario ci spaventa, possiamo tirare il fiato e pensare di essere in buona compagnia. Il cambiamento disruptive è poco prevedibile e i suoi impatti tutt’altro che immaginabili. Pensiamo per un attimo di chiedere ai nostri genitori o nonni cosa avrebbero pensato se qualcuno gli avesse raccontato che avrebbero interpellato Google per avere risposte alle loro domande in tempo reale, o cercato su Waze dal loro smartphone la strada più veloce per andare al mare, oppure pagato in un negozio direttamente dal cellulare, senza bisogno di contanti né di carte di credito.

Quella che viviamo era, mutatis mutandis, la loro “singularity”, che oggi è parte della nostra quotidianità. Quella futura ci spaventerà ancora, nel 2045, o neanche ci renderemo conto di viverci dentro? Siamo già oggi parte, più o meno consapevole, del cambiamento. Proviamo a mantenerlo il più possibile, per quanto saremo in grado di controllare, ancora umano.

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