Il volto umano della digitalizzazione

pexels-photo-926984Guardatevi intorno. Guardate fino alla fine del vostro braccio destro. Con grande probabilità, vi troverete il vostro smartphone, o il pc, o il telecomando del televisore. Con altrettanta probabilità, avrete difficoltà a ricordarvi l’ultima volta in cui vi siete “annoiati”, camminando nel silenzio che è nemico della fretta, rumorosa e apparentemente indispensabile nel nostro tempo.

Il futurologo Gerd Leonhard afferma che il lusso dei nostri tempi è riuscire ad essere offline, almeno di tanto in tanto, ed è vero. Se dovessimo guardare indietro nell’ultimo anno e contare le giornate che abbiamo passato totalmente disconnessi da cellulare, social networks, email e telefonate quasi certamente non arriveremmo a contarle sulle dita di una sola mano.

La digitalizzazione è parte integrante della nostra vita quotidiana e conosciamo molto bene i numeri sulla diffusione delle apparecchiature digitali. Stiamo diventando sempre più smart, continuamente connessi e tecnologici. Viviamo, i più giovani in modo particolare, connessi e senza confini. Le apparecchiature digitali di cui siamo circondati ci servono a rendere la nostra vita più piacevole, o più comoda, o entrambe le cose.

Dal punto di vista delle professioni, maggiore digitalizzazione significa mettere in campo nel mondo del lavoro delle competenze nuove, che siano lo specchio dei tempi. Nell’industria, il peso delle competenze digitali supera il 60% e nei servizi si attesta oltre il 40%. Per integrarle al meglio, occorrono orizzonti formativi mirati che puntino a soddisfare la domanda che arriva dal mercato, non solo innovando i percorsi scolastici ed universitari, ma anche riconvertendo le abilità di chi già lavora a tutti i livelli. Non basta più analizzare il gap di specialisti dell’informatica, ma occorre anche guardare alla capacità di rispondere alla crescente domanda di competenze digitali nelle professioni tradizionali, che rendano il lavoro più efficiente.

Nonostante le necessarie, benché non ancora sufficienti, analisi, il nodo della formazione esige la soddisfazione di almeno due requisiti: da un lato, l’adeguamento dei percorsi curriculari, dall’altro la capacità di trasmettere agli studenti uno spirito di “umiltà intellettuale” che favorisca un apprendimento più continuo e di approccio più radicato. Studi condotti su due gruppi di studenti (l’uno a cui è stato sottoposto un articolo che esaltava i benefici che derivano dall’ammettere cosa non si conosce, l’altro a un articolo che sosteneva l’esatto contrario) hanno dimostrato che riconoscere i propri limiti intellettuali, rinunciando all’idea che l’intelligenza sia unicamente un fattore innato, ha degli effetti positivi sul processo di apprendimento, più stimolato e maggiormente messo alla prova. In particolare, il gruppo esposto ai benefici della self-reliance, ossia alla certezza delle proprie conoscenze, era meno propenso a chiedere aiuto di fronte ad argomenti sconosciuti, mentre ben l’85% degli studenti che hanno analizzato i benefici opposti hanno dimostrato maggiore collaborazione e, infine, risultati migliori nelle materie di studio.

Il futuro della tecnologia sarà sterile se prescinderà dall’umanesimo che serve a rendere la digitalizzazione un vero strumento per migliorare le nostre vite.

3 pensieri su “Il volto umano della digitalizzazione

  1. Vittorio ha detto:

    Molto bello e vero l’articolo del Prof Lo Storto. Particolarmente mi e’ piaciuto il concetto che lega Umanesimo a Tecnologia ” Il futuro della tecnologia sarà sterile se prescinderà dall’umanesimo che serve a rendere la digitalizzazione un vero strumento per migliorare le nostre vite.”

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  2. Adriano Muzzi ha detto:

    Articolo molto interessante, condivido pienamente quanto scritto dal direttore.
    La noia, alcune volte “ozio creativo”, come lo chiamavano i nostri antenati, ci teneva compagnia durante le lunghe vacanze estive. Nessun affanno per rispondere immediatamente a messaggi whatsup, nessuna preoccupazione dei nostri genitori se non ci sentivano per venti minuti di fila. Oggi è diverso, nel bene soprattutto, e nel male. La nostra protesi tecnologica è diventata una sorta di coperta di Linus che ci rassicura in un mondo d’incertezze e ci gratifica con gli innumerevoli “mi piace” dei social. Difficile farne a meno, complicato privarsi degli iper-stimoli pavloviani.

    Il nostro lavoro è cambiato e cambia dinamicamente abbattendo spazio e tempo: non esiste più un luogo di lavoro e/o un tempo circoscritto da inizio e fine. Il “lifelong learning” è diventato un must essenziale per non essere sommersi e trascinati via dallo tsunami delle nuove tecnologie.

    Giustamente anche la scuola, e la formazione in genere, si deve adattare (in certi casi più lentamente del dovuto; l’inerzia culturale è ancora forte in alcune roccaforti) al “mondo nuovo”, integrando le “protesi tecnologiche” nel vissuto degli studenti.
    Tuttavia, nel futuro prossimo, l’unica possibilità di differenziazione che avremo – rispetto a IA sempre più intelligenti e veloci, e manager sempre più robotizzati – sarà la nostra capacità di “restare umani”. Quindi: curiosità, umiltà e “umanesimo”, anche nel senso rinascimentale del termine. Come diceva il grande Seneca: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.” Il vento cambia continuamente, ma alla guida ci saremo sempre noi.
    Stay Human 🙂

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