La sfida dell’intelligenza artificiale

Schermata 2018-05-04 alle 14.38.25Quando si atterra in un aeroporto cinese, si ha subito la sensazione di essere in un Paese enorme, diverso, in rapida mutazione. Le strade di Pechino sono piene di colori e suoni, rumori e odori. Quelle di Shanghai vibrano con lo spirito in movimento che si sente in ogni angolo.

La Cina è un Paese che avanza. Anzi, corre. Si costruiscono grattacieli nel giro di poche settimane, l’economia si espande in modo costante e inesorabile, l’innovazione galop- pa. Nessuno scenario, politico o economico, può prescindere dai volumi della Cina. Semplicemente, non possiamo dimenticarci di chi macina tappe per arrivare ai più alti standard di innovazione e sviluppo.

L’intelligenza artificiale (AI), in particolare, è per la Cina un driver fondamentale di sviluppo tecnologico e sociale. Eppure, come ogni trasformazione, non avviene in modo indolore.

La Cina, come riporta un articolo recentemente pubblicato sul MIT Technology Review, ha già iniziato a mettere in atto i suoi piani per raggiungere il livello di sviluppo degli Stati Uniti per quanto riguarda l’AI entro il 2020 (mancano meno di due anni…) e punta a diventare un hub globale di innovazione entro il 2030. Ritmi impressionanti, che fanno sorgere più di una domanda.

Siamo – quasi – tutti consapevoli dei vantaggi che l’automazione di alcuni compiti (meccanici, ripetitivi e probabilmente poco gratificanti) può avere per la filiera. Dal punto di vista industriale, automazione e AI sono sinonimi di innumerevoli benefici. Innanzitutto, maggiore velocità dei processi produttivi e una possibile maggiore accuratezza. Un braccio meccanico sarà in grado di assemblare un’automobile in una frazione del tempo che ci metterebbe un uomo e incastrerà le componenti con grande precisione.

Un altro aspetto, spietato ma necessario, riguarda il costo del lavoro. Se un robot è in grado di sostituire n uomini, allora n-1 uomini saranno sicuramente da rimpiazzare, a costi minori. Un tema, questo, che per quanto duro da affrontare è senza alcun dubbio sul tavolo degli amministratori delle società interessate.

Tuttavia, la filiera industriale non viaggia da sola, così come spesso dimentichiamo che dietro un solo robot ci sono n uomini che programmano, studiano, realizzano simulazioni, materiali ed esperimenti. Prendere in considerazione solo gli aspetti economici sarebbe miope e riduttivo, perché l’algoritmo è cosa umana.

La trasformazione, per quanto inesorabile possa essere, rischia anche di portare con sé delle fratture. Gli strappi sociali, allo stesso tempo fonte e causa di malcontenti
e crisi, sono i più subdoli e difficili da smascherare. Lo strappo sociale mal gestito, mascherato da fuga di cervelli e giustificato come resistenza al cambiamento, è inevitabile senza politiche economiche e sociali ritagliate su misura sui nuovi bisogni dell’industria e delle persone. Come un tessuto ha bisogno di essere elasticizzato per resistere alle pressioni di chi lo tira senza strapparsi, allo stesso modo noi abbiamo bisogno di renderci un po’ più elastici per resistere agli urti della trasformazione senza venire colpiti e travolti.

Innovazione richiede competenze nuove. Una nuova scuola, una nuova formazione, nuove materie di studio più in linea con i desideri delle aziende che dovranno poi assumere i ragazzi al termine del ciclo di studi. Anche i più ottimisti concordano sul fatto che l’AI farà perdere numerosi posti di lavoro. Uno studio di Oxford ha evidenziato quali lavori sono più a rischio, e i risultati sono tutt’altro che incoraggianti.

Si stima che entro il 2021 gli operatori delle lavanderie a gettoni saranno sostituiti dalle macchine. Nel 2027 sarà il turno dei camionisti, oramai inutili quando si avranno camion a guida autonoma. Entro il 2049 dei robot potrebbero scrivere un romanzo bestseller per il New York Times e nel 2053 sarà il turno dei chirurghi. Se siete cassieri, il vostro lavoro è sostanzialmente destinato a sparire, con il 97% di probabilità di automazione nel breve termine. Ma se siete musicisti o cantanti potete dormire tranquilli: con solo il 7% di probabilità di automazione è molto difficile che il vostro lavoro sia dato in pasto a una macchina.

Eppure, nonostante le previsioni funeste sull’automazione calino sul nostro sguardo un velo di tristezza, è altrettanto vero che nuovi posti di lavoro verranno creati: oltre 800mila entro il 2021, con un impatto di 1,1 trilioni di dollari sull’economia globale, secondo una stima di IDC.

Il lavoro del futuro non esiste, o quasi. Ma la storia non comincia ora. D’altronde, chi tra i nostri nonni avrebbe mai capito cosa intendevamo se avessimo detto loro che facevamo il webmaster, il digital strategist o il social media manager?

Nuove sfide richiedono nuove competenze per non tagliare fuori i giovani dalla trasformazione. Proprio in questi giorni lo stanno gridando i ragazzi che partecipano al Festival dei giovani di Gaeta, un’occasione unica di incontro e dialogo dei giovani e per i giovani. In cui gli adulti, per una volta, non parlano ma ascoltano e basta. Lo status quo non ci consente di desiderare ciò che non riusciamo ancora a vedere.

Henry Ford diceva che se avesse chiesto ai suoi clienti cosa desideravano avrebbero chiesto non una macchina, ma cavalli più veloci. La Cina è pronta – e da un pezzo, verrebbe da dire – all’innovazione che genera e rigenera, che sposta e trasforma. Ha raccolto la sfida dell’AI e si troverà ben presto a gestire una grande mole di lavoratori da riallocare in nuove professioni.

La sfida, per noi Paesi occidentali, sarà quella di starle dietro. Forse dovremmo iniziare a correre un po’ di più.

 

Pubblicato sulla rivista Formiche, n. 136, Maggio 2018

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