Smettiamola di preoccuparci del futuro: prepariamoci ad affrontarlo

imagesImmaginiamo per un attimo di tornare ai primi del Novecento e dire a un agricoltore dell’epoca che nel giro di un secolo le persone impiegate nell’agricoltura caleranno dal 40% al 2%. La reazione più plausibile che riceveremo sarebbe “e allora cosa faranno gli altri? Cosa mangeranno?”. Domande legittime, risposte semplici: faranno un lavoro che non è stato ancora inventato.

La nostra posizione in questo momento è esattamente analoga a quella dell’agricoltore della storia. Non siamo in condizioni di prevedere quali saranno i lavori non ancora inventati, in particolare in settori che ancora non esistono (come poteva essere l’informatica un secolo fa), ma abbiamo ugualmente paura che i posti di lavoro come li conosciamo oggi vengano persi.

Fondamentalmente, siamo in grado di spingerci tanto in là nelle nostre previsioni quanto ci consente la nostra capacità di estendere temporalmente ciò che già conosciamo. Immaginiamo miglioramenti dell’esistente, ma non sappiamo prevedere con precisione la disruption.

Forse dovremmo smettere di preoccuparci e cominciare ad attrezzarci per affrontarla. La paura del futuro è presente in ogni tempo e ci accompagna anche nella relazione con le generazioni successive. È nostro compito prepararli adeguatamente al futuro che costruiranno con le loro mani. Non insegnare loro come affrontare la transizione, ma prepararli senza trasmettere loro i nostri timori.

La risposta alla paura dell’innovazione è la formazione. Una nuova formazione che sappia coniugare “tradizione e innovazione”, che metta a pari livello una solida formazione e una flessibile capacità di innovazione e adattamento.

La tecnologia sta cambiando il modo di lavorare e la natura stessa del lavoro, ma starà a noi preparare i giovani per il lavoro cambiando la loro mentalità ed accentuando le loro capacità imprenditoriali.

La tecnologia potrà forse rimpiazzarci, un giorno, ma ci renderà anche più forti potenziando le nostre attività umane. Potremo lasciare che la tecnologia rimanga sulle nostre spalle o potremo decidere di stare noi sulle sue. Sceglierei la seconda. Sarà più facile, da lassù, vedere un po’ più in là verso i decenni che verranno.

 

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