Coltivare le passioni per trasformarle in lavoro

Secondo il campione intervistato in occasione della rilevazione del VII Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia, le Università non sono percepite come luoghi di divulgazione della Responsabilità Sociale di Impresa. Qual è l’impegno della LUISS in questo settore?

La CSR (Corporate Social Responsibility) è un aspetto ormai fondamentale per ogni azienda che punti a crescere in un mondo in continua e rapida evoluzione. Porre una maggiore attenzione sul valore di ciò che si crea, invece che pensare unicamente al prodotto come si faceva fino a qualche decennio fa, implica un cambiamento di rotta dell’intero sistema produttivo del Paese.

In questo senso, il contributo dell’Università è determinante. È tra queste aule – ma direi anche prima, tra le aule di scuola – che si forgia la cultura del valore dei nostri ragazzi. Apprendere alcune skills, le cosiddette soft skills, quando si è già inseriti nel mondo del lavoro significa arrivare già in ritardo.

Occorre ripensare l’intero sistema educativo, e su questo la LUISS sta lavorando intensamente da diversi anni. Ripensare il sistema di formazione non significa stravolgere completamente i modelli precedenti. Al contrario, significa valorizzarli, adattandoli a un contesto differente rispetto a quello nel quale erano stati concepiti.

Le imprese di oggi richiedono ai loro dipendenti competenze molto diverse rispetto a quelle che servivano venti anni fa. Complice la digitalizzazione, certamente. Mi piace definire la formazione che oggi è richiesta ai ragazzi come un “allenamento”. Devono imparare che l’esperienza è importante tanto quanto lo studio teorico. Imparare a “sporcarsi le mani” con la realtà del mondo prima che questa piombi loro addosso, cogliendoli di sorpresa. Imparare che i buoni risultati richiedono sacrificio e duro lavoro, proprio come per riuscire a finire una maratona servono sudore e impegno.

La CSR altro non è che una evoluzione in chiave lavorativa di questo concetto. Il contributo dell’università, dunque, è fondamentale per generare una crescita sostenibile e di lungo termine.

Si parla molto di Terza Missione delle Università: come ha impostato il lavoro su questa area?

Il dialogo con la società e il mondo circostante, come emerge dalla definizione stessa di “Terza Missione” dell’Università, è una diretta conseguenza dell’approccio appena menzionato. Le università che si arroccano in una torre d’avorio, escludendosi dal resto delle interazioni esterne oltre quelle strettamente necessarie, servono a ben poco.

Lo scopo dell’Università è per l’appunto quello di dotare gli studenti degli strumenti necessari per diventare i cartografi di domani. Ossia, per andare nel mondo, conoscere nuove realtà e disegnare orizzonti e confini. Come possiamo chiedere ai ragazzi di andare per il mondo a creare la prossima grande innovazione, se non conoscono nemmeno quello che succede intorno a casa loro?

Ovviamente, i ragazzi di oggi sono ben poco simili a questa definizione. Sono molto più abituati di quanto crediamo al “precariato stabile”, ossia a una situazione di instabilità sostanzialmente costante. Sono giovani che sono nati sentendo sempre attorno a loro la parola “crisi” e stanno ora lavorando per trasformare proprio la crisi in opportunità. Lo fanno attraverso una ondata meravigliosa di start-up innovative, viaggiando per il mondo e facendosi amici da un capo all’altro del pianeta. Sono la generazione che preferisce affittare una macchina al bisogno invece che acquistarne una, perché è più semplice ed efficace condividere piuttosto che mantenere la proprietà. Li definiamo “gioventù bruciata”, ma io penso siano piuttosto una “gioventù incendiaria”, affamata di novità e di progresso.

La terza missione dell’università è, in ultima analisi, la conoscenza di questo mondo, con la consapevolezza che dobbiamo coltivare le loro passioni affinché siano loro a trasformarle, in un futuro molto vicino, nel loro lavoro.

La LUISS ha ospitato Mark Zuckerberg in occasione della sua visita in Italia. Ha tenuto uno speech appassionato e ricco di ispirazione: secondo lei una personalità come quella del fondatore di Facebook ce l’avrebbe mai fatta ad emergere in Italia? Siamo proprio destinati a perdere tutti gli studenti più brillanti?

Il nostro laureato LUISS dell’anno 2016, Luca Maestri, è l’attuale Senior Vice President e CFO di Apple. Oggi ha 53 anni e ricopre questo ruolo di grande prestigio dal 2014. Quando è venuto a Roma in LUISS, nel novembre scorso, ha parlato ai ragazzi con passione e semplicità. Ha parlato dei giovani che viaggiano usando una metafora in contro tendenza: cervelli in movimento.

Siamo abituati a pensare che se i ragazzi viaggiano e trovano un lavoro che a loro piace all’estero siano cervelli in fuga. Non pensiamo, però, che è la stessa università che li spinge in molti casi a trascorrere periodi di studio o di stage all’estero. E allora, perché concentrarsi sulla fuga? Posto che, generalmente, si fugge quando si ha paura. Ma questi giovani non hanno la paura che pensiamo abbiano.

Il punto vero è capire cosa offrire ai ragazzi stranieri per convincerli a venire in Italia. Siamo certamente molto indietro rispetto ad altri Paesi (come gli Stati Uniti o Israele) che hanno una “cultura del fallimento” che incita all’imprenditorialità e alla libera iniziativa. È pur vero, però, che molto si sta muovendo nel tessuto economico e imprenditoriale italiano da quando, alcuni anni fa, ci siamo resi conto di quanto fosse importante valorizzarlo.

Mark Zuckerberg è una best practice di tutto ciò. Ma il fatto che non sia italiano non è indice del fatto che in Italia questo non possa accadere. La storia di Luca Maestri testimonia che un grande successo è possibile. Occorre lavorare, con impegno e dedizione, per cambiare una mentalità del lavoro che deve evolvere. Sono fiducioso, tuttavia, che ciò avverrà in un futuro molto più vicino di quanto immaginiamo.

Che effetto le fa essere direttore dell’Università nella quale si è laureato? Ritiene che essere stato anche studente alla LUISS possa apportare un valore aggiunto alla sua direzione?

Essere Direttore Generale della università in cui mi sono laureato è in primo luogo una grande emozione. Ho visto la crescita della mia Alma Mater nel corso degli anni e come gli stessi studenti si siano trasformati.

Avere il polso di questo cambiamento consente di capire i sogni e le ambizioni di coloro che affidano una parte del loro futuro, ossia le fondamenta della loro preparazione, nelle nostre mani. Ci chiedono conoscenza ed esperienza, ma anche di aiutarli a capire come scegliere la strada che per loro è migliore.

Dobbiamo accompagnarli, lasciandoli al contempo liberi di camminare sulle loro gambe. Essere stato proprio come loro, oltre venti anni fa, è senza dubbio utile per avere una maggiore empatia nel comprendere le loro vere necessità.

Intervista a cura di Marta Tersigni, pubblicata su ©osservatoriosocialis.it   

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