Intervista: Il mondo è dei sognatori, non c’è posto per l’indifferenza

“Quando tutto sembra andare contro di te, ricorda che gli aerei prendono il volo contro vento, non con il vento a favore”.
“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa desideravano, mi avrebbero risposto ‘cavalli più veloci’”.

D. Chi è un innovatore per te? Perché?
R.  Per lungo tempo abbiamo considerato l’innovazione come un processo quasi rivoluzionario. Consideriamo innovatore chi inventa qualcosa di completamente nuovo, di assolutamente disruptive, di mai visto prima. Eppure, quell’epoca è giunta a un capolinea. O forse, ha solo cambiato direzione. A mio giudizio, è un vero innovatore chi riesce a trovare una soluzione ingegnosa a un problema esistente, utilizzando una quantità limitata di risorse. In una parola, chi è jugaad. Jugaad è una parola hindi che è associata a quella che noi definiremmo “l’arte di arrangiarsi”. Jugaad è trovare una soluzione ingegnosa, sub-ottimale, poco costosa, ma funzionale, che risolve un problema a un numero alto di persone. È condivisione, rispetto delle risorse che il nostro pianeta non ci offre in modo illimitato, è quella che mi piace definire “frugalità intelligente”. Non sinonimo di scarsa qualità, tutt’altro. Frugalità è rispetto, ma soprattutto creazione di valore.
È innovatore, dunque, Mansoukh Prajapati, che nel deserto del Gujarat in India ha sfruttato le sue competenze da vasaio per inventare un frigorifero in argilla, che consente di mantenere i cibi freschi fino a 5 giorni. Senza utilizzare energia, che nella sua zona è frequentemente intermittente. O le aziende che hanno creato laboratori di condivisione e di sperimentazione per i loro dipendenti. O quei tanti ragazzi pieni di visione e di coraggio, che creano una start-up per trasformare la loro passione in un lavoro.

D. Qual è l’innovazione che cambierà il mondo nei prossimi anni?
R. Passando a un campo che non mi appartiene direttamente, direi la telemedicina. Finora, l’innovazione jugaad ha consentito di elaborare dispositivi che rilevano la presenza di infezioni o malattie semplicemente con una app per smartphone. Nelle zone più remote del pianeta, questo ha consentito già di salvare molte vite. È certamente un campo che andrà ulteriormente implementato, per poter offrire servizi sanitari di buona qualità a una fetta molto consistente di popolazione (non solo in paesi in via di sviluppo), che al momento non vi ha accesso.

D. Qual è il ruolo di un leader in un’organizzazione?
R. Qualcuno a questa domanda potrebbe rispondere: “un capo”. A mio avviso, un leader è colui che si sa circondare di collaboratori di talento e sa valorizzarli e farli crescere. Nella nostra università formiamo i leader di domani, ma questo non significa che tutti i nostri studenti diventeranno dirigenti di una azienda. È un leader colui che è in grado di cogliere le opportunità e far fiorire anche chi è accanto – o subordinato – a lui. Colui che ha cura, attenzione, empatia, che crea valore.
L’era dell’egoismo arrivista, se mai c’è stata, è certamente finita o dovrà morire a breve, se vogliamo garantirci una speranza di sopravvivenza nei prossimi decenni.

D. Una persona che ha lasciato il segno nella tua vita?
R.  Napoleone Colajanni, già Senatore, lo conobbi quando, abbandonata l’attività politica diretta, si dedicò con passione all’insegnamento di Storia economica contemporanea alla LUISS. Ne nacque una frequentazione intensa e bellissima con un gruppo di noi studenti. Organizzammo una associazione di studio ed approfondimento di temi di natura economica e giuridica che chiamammo Diapason. Ascoltare le analisi del Prof. Colajanni era incredibile: lucide, precise, semplici. Ma soprattutto ciò che colpiva passando qualche ora con lui, era la voglia sfrenata che ti scatenava dopo di andare a leggere, a studiare, ad approfondire. Ecco, era quasi come se fosse un attivatore di curiosità ad approfondire.

D. La tua più grande paura/la tua più grande speranza?
R.  La mia più grande paura è il futuro e la sua capacità di dare e ricevere coraggio e prospettive. La mia più grande speranza è il futuro e la sua capacità di dare e ricevere coraggio e prospettive.

D. Il tuo progetto di lavoro attuale e quello futuro.
R. Da quando sono stato nominato Direttore Generale della LUISS, ho cercato di spingere progetti di formazione trasversale per gli studenti. Significa affiancare alla formazione didattica, core, un allenamento mirato alle soft skills. Al lavoro in team, allo sporcarsi le mani lavorando i campi nelle terre confiscate alle mafie, ma anche al fianco di donne carcerate, di ragazzi affetti da autismo, oppure offrendo una carezza e un supporto a ragazze madri loro coetanee. Sono progetti di grande impatto in cui abbiamo creduto molto e che abbiamo voluto portare avanti perché siamo consapevoli del valore che possono portare alla loro formazione.
Il mio progetto futuro è raccogliere queste storie di vita vissuta – e di vita cambiata – in un libro, che uscirà il prossimo anno.

D. La cosa che più ti fa emozionare e quella che ti fa più arrabbiare
R. Vivendo l’università quotidianamente, stando a contatto con ragazzi che arrivano da noi con un bagaglio carico di sogni, paure e speranze, le emozioni sono tante. Ma certamente, tra le emozioni più grandi che ho avuto recentemente c’è la testimonianza della mamma di un ragazzo autistico che ha lavorato nell’orto condiviso. Il ragazzo ha fatto grandi progressi grazie all’interazione con gli altri ed era così contento dopo alcuni giorni, che quando la mamma gli chiedeva “cosa facciamo oggi?”, lui rispondeva senza indugio “orto!”. Vedere questi piccoli miracoli quotidiani mi allarga il cuore e mi sprona a fare sempre di più, e sempre meglio, ogni giorno.
Recuperando Gramsci, invece, posso dire che una delle cose che mi fa arrabbiare di più è l’indifferenza. Cerchiamo di trasmettere ogni giorno ai nostri studenti il valore della cura per ciò che si ha, con risultati strabilianti. Li “alleniamo” a non essere mai indifferenti a chi è accanto a loro, o al mondo in cui vivono. Vogliamo che pensino agli spazi comuni come se fosse la loro casa, perché in fondo tutto il mondo è un po’ la nostra casa. Ci sono gruppi di studenti che si sono organizzati in una associazione per ridare lustro ai beni comuni della città, ad esempio ripulendo un monumento o un parco.
Il mondo è di chi vuole sognare, e per sognare non si può, né si deve, essere indifferenti.

Intervista originale di Roberto Race, pubblicata in versione integrale su Formiche.net

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