Innovare vale più della carriera. I giovani non hanno paura

6a00e54f8c25c98834017c317442ea970b-500wiPrendere decisioni con la propria testa è importante. Una decisione difficile, come quella di scegliere il percorso formativo giusto, nel posto migliore per sé, per le proprie ambizioni, per le proprie predisposizioni, andrebbe davvero presa con cognizione di causa. Ma esattamente di quale causa dovrebbero avere cognizione i nostri giovani, spesso accusati di inettitudine, mancanza di fiducia nei propri mezzi, coraggio?

Fortunatamente, malgrado la cortina fumogena eretta dalle molte analisi, i giovani oggi sono meno rassegnati di quanto si possa immaginare e con molta più voglia di fare. Non si possono certo definire una «gioventù bruciata» ma piuttosto una «gioventù incendiaria» desiderosa di appiccare il fuoco della trasformazione con le proprie mani e di governarlo con cuore e pancia.

Da parte degli adulti manca forse una statistica sulla consapevolezza giovanile. Eppure, chi frequenta i Millennials, che non è necessariamente chi ne scrive sull’unica base di dati numerici, sa bene che circola tra di loro il diffuso disinteresse per le sole carriere manageriali.

Un sondaggio della Business School di Harvard evidenzia come la maggior parte dei laureandi preferisca aziende e startup ad alto contenuto tecnologico e con al centro il benessere della persona e la sostenibilità. Difficile non apprezzare il loro scetticismo nei confronti di un modello di carriera stucchevolmente standardizzato, che premia il pensiero acritico e limita le possibilità vere di innovazione

Il dibattito sui giovani è condotto molte volte da chi potrebbe fare di più per liberare opportunità per questi ragazzi senza incorrere in inutili prediche da comodi pulpiti. I nostri figli non sono pigri, bensì mostrano una originalità incoraggiante agli occhi di coloro che non hanno ancora dimenticato che l’onere della prova spetta a chi ha avuto ruoli di rilievo nella società, nell’impresa, nelle istituzioni. Non servono solo appelli al coraggio o alla fiducia, piuttosto occorre capacità di ascolto affrancandosi da un vecchio colonialismo culturale, che mostra i propri limiti e si affanna a voler precludere i territori dei propri privilegi.

Fulvia Guazzone, ideatrice del Festival dei Giovani di Gaeta, che raduna migliaia di ragazzi, racconta che ciò che gli studenti più spesso si sentono ripetere è «lascia perdere che è meglio». Tuttavia, le nuove generazioni sanno trovare la motivazione e le idee per intraprendere e costruire il proprio futuro. Dobbiamo lasciarli fare. Quanti giovani rispondono alla crisi del mondo del lavoro creando loro stessi opportunità occupazionali, dando vita a startup più o meno di successo?

Il problema non è la loro mancanza di fiducia, forse la nostra nei loro confronti. Perché è rischioso, non c’è garanzia di stabilità, la prospettiva non è definita.

Perché i meno giovani non sono stati in grado di costruire un ecosistema che favorisse le condizioni di crescita. Cosa pretendiamo da loro, se l’unica risposta che sappiamo dare alla loro iniziativa è la paura?

Suggerire di lasciar perdere è forse indice proprio del fatto che siamo noi i primi ad essere rassegnati e ad aver paura di una evoluzione alla quale in molti casi non riusciamo a stare dietro. Ci arrendiamo e ci giustifichiamo convincendoci che questo sia un mondo malato, il peggiore di tutti.

Invece è un mondo straordinario e pieno di possibilità prima inimmaginabili, che i nostri giovani stanno sfruttando già a partire dalla loro semplice quotidianità.

È cambiato il lavoro ed è cambiata la sua geografia, come ci dice giustamente l’economista (italiano) della Università di Berkeley, California, Enrico Moretti. Capiamo davvero cosa ci sta dicendo nostro figlio o nostra figlia quando ci dice che fa il digital strategist? O il web manager per una startup?

Anche i ragazzi che rimangono più a lungo in casa con i genitori hanno comunque una testa globale: quando scambiano case online, quando scelgono di non comprare più l’auto perché con il car sharing non ne sentono più l’esigenza. Quando trovano comunque il modo di lavorare, perché ormai il lavoro non considera la scrivania come condicio sine qua non per essere considerati dei veri lavoratori. O quando scelgono di restare, invece di scappare.

Ma li osserviamo, li capiamo questi giovani?

 

 

Articolo originale pubblicato sul Corriere della Sera, 5 Novembre 2016

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