McKinsey fotografa l’economia: figli di oggi più poveri dei padri

Quasi tutte le economie industrializzate stanno vivendo il loro momento di picco discendente e le popolazioni sembrano stare peggio ora che dieci anni fa. È un dato, fotografato dall’ultimo rapporto di McKinsey Poorer than parents? A new perspective on income inequality, che non incoraggia e denuncia una situazione del mondo del lavoro tutt’altro che rosea e che in Italia è la peggiore tra i Paesi analizzati.

Lo studio di McKinsey ha preso in esame le 25 economie più ricche del pianeta. Il problema si registra nella decade compresa fra il 2005 e il 2014, nel pieno della crisi finanziaria esplosa nel 2008. Fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. Si tratta di un fenomeno inaudito nei sessanta anni precedenti, all’incirca dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi.

L’Italia si distingue per il primato negativo ed è in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito. Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti, dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81% della popolazione. Seguono Inghilterra e Francia. Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20% soffre di questa condizione.

L’altra importante conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da molto tempo, che vive la propria vita molto più povera di quella dei genitori.

Che fare, dunque? Nonostante la situazione, questa generazione appare molto consapevole delle difficoltà e sta già prendendo provvedimenti. È una generazione che non ha bisogno di adeguarsi alla tecnologia, perché è cresciuta con essa. Sono ragazzi che non fanno la fila alle poste, perché hanno già preso il numero attraverso una app mentre si trovavano in tutt’altra parte della città.

Questa generazione, che più o meno in tutto il mondo deve fare i conti con difficoltà che i loro genitori hanno vissuto solo in modo tangente, ha diverse carte da giocare: gli orizzonti sfumati, la cittadinanza globale, l’attitudine all’imprenditorialità, la voglia di innovazione e la capacità di mettersi in gioco per raggiungere il successo personale, che hanno definito con i loro propri canoni, e mettendosi al servizio degli altri.

Per fare un esempio, ad oggi il registro imprese della Camera di Commercio italiana registra 6,423 tra startup e PMI innovative. Nello stesso periodo del 2015 questa cifra ammontava a circa la metà e il dato è in continua crescita.

Le politiche per il lavoro, sulla scia del modello scandinavo, sono senza dubbio utili e i numeri parlano chiaro in merito. Tuttavia, non bisogna dimenticare che le circostanze difficili ci rendono più capaci di cogliere l’opportunità, di sfruttare le occasioni favorevoli e di trarre il meglio da ciò che abbiamo. Ci rendono più jugaad, insomma.

È un processo che va agevolato con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, imparando a valorizzare l’imprenditorialità e a coltivare lo spirito di innovazione sin dalla scuola, nei bambini, e poi nei ragazzi. Con un modello educativo che integra e completa la formazione professionale, che non vede il lavoro scisso dallo studio e viceversa, è possibile dare a questa generazione, che appare piuttosto svantaggiata, gli strumenti adatti a risollevare la situazione economica grigia che rileva McKinsey e a realizzare i propri sogni.

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