La fine (o l’inizio) della storia economica: un pensiero su Keynes

germoglio-pietraIn questo momento siamo affetti da un grave attacco di pessimismo economico. È cosa comune sentir dire dalla gente che è ormai conclusa l’epoca dell’enorme progresso eco­nomico che ha caratterizzato il secolo XIX; che adesso il rapido miglioramento del teno­re di vita dovrà rallentare, per lo meno in Gran Bretagna; che nel prossimo decennio è più probabile un declino anziché un fiorire della prosperità.

Ritengo che questa sia una interpretazione estremamente errata di quanto sta accadendo. Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia, ma disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi e dolori di riassestamento da un periodo economico a un altro. L’efficienza tecnica è andata intensificandosi con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera; il miglioramento del livello di vita è stato un po’ troppo rapido; il sistema bancario e monetario del mondo ha impedito che il tasso d’interesse cadesse con la velocità necessaria al riequilibrio.

Queste parole sono di John Maynard Keynes, il dibattuto e brillante economista della Grande Depressione, che parlava così alla platea di Madrid nel 1930, in un discorso che è poi diventato famoso con il titolo di “Possibilità economiche dei nostri nipoti”.

Un saggio ancora attuale sino ad oggi, in cui Keynes prevedeva che a un tasso di crescita del 2% qualunque numero sarà moltiplicato per 7.5 in un secolo. Dunque, il PIL per capita degli esseri umani che sarebbero vissuti in un mondo ricco e civilizzato dall’accumulazione del capitale e dal progresso tecnico sarebbe stato più alto di un moltiplicatore che, prudentemente, Keynes stima tra 4 e 8.

Questa è la riflessione che deriva dalla lettura del brillante saggio del professor Jean-Paul Fitoussi, docente di Economia all’Istituto di Studi Politici a Parigi e in LUISS di Economia Europea, “The end of (economic) history”, in cui commenta la teoria keynesiana delle opportunità economiche per i nostri nipoti.

Nella sua Teoria Generale, Keynes illustra anche l’aumento delle ricchezze e delle diseguaglianze di reddito, oltre alla disoccupazione, come le due grandi falle del nostro sistema.

Quanto siamo distanti dalla previsione di Keynes? Sicuramente i principali fattori che guidano l’economia sono cresciuti, e così altrettanto le ineguaglianze. Sicuramente la disoccupazione era un problema allora tanto quanto lo è ai nostri giorni. Ma è cambiata anche, e soprattutto, la percezione dei valori e del valore, anche in termini economici, forse al di là della previsione di Keynes.

Come per Keynes il capitalismo non doveva essere un fine di per sé, così oggi l’accumulazione del capitale e l’incremento costante di produttività devono essere funzionali a un ritorno in termini di soddisfazione dei bisogni, proprio come nella teoria keynesiana, commentata dal prof. Fitoussi.

Nel nostro tempo che vede risorse in progressivo assottigliamento, è indispensabile reinventare la propria economia sulla base del valore che si genera. È quello il parametro che deve crescere, perché di conseguenza cresceranno la soddisfazione e l’economia individuale (oltre che collettiva).

È così che supereremo il “grave attacco di pessimismo economico”, aiutando così anche la sopravvivenza delle generazioni future.

Salvare il nostro pianeta, togliere le persone dalla povertà, avanzare la crescita economica… queste sfide sono in realtà la stessa battaglia. Dobbiamo connettere i puntini tra il cambiamento climatico, la scarsità di acqua, la carenza di energia, la salute globale, la sicurezza del cibo e la valorizzazione delle donne. Le soluzioni a un problema devono essere la soluzione per tutti i problemi. (Ban Ki-moon)

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