La sfida del connected learning

Schermata 2016-04-01 alle 11.32.01Nel mondo connesso di oggi, anche l’apprendimento deve diventare più connesso. La formazione non può rimanere indietro rispetto ai passi del mondo e deve seguire le innovazioni del tempo, essere integrata e resa accessibile a numeri sempre maggiori di persone.

Nel campo profughi di Kakuma nel nord-ovest del Kenya, a oltre 800 km dalla capitale Nairobi, vivono più di 180,000 persone. Come raccontato in un articolo pubblicato sul Chronicle of Higher Education, i ragazzi che vivono lì difficilmente riescono ad accedere all’università tradizionale. Per questa ragione l’Università di Ginevra ha installato nel campo InZone, un luogo in cui viene offerta una formazione terziaria di qualità a costi molto contenuti (circa 300$ l’anno per ciascuno studente) attraverso corsi online.

L’edificio è ricoperto di pannelli solari che forniscono l’energia necessaria ad alimentare i computer e l’aria condizionata, indispensabile in un luogo in cui le temperature superano anche i 40°C durante i mesi di caldo secco. Certo, c’è ancora molto lavoro da fare. I posti disponibili nel laboratorio non sono ancora abbastanza per tutti gli studenti che vorrebbero frequentarlo ed è situato in un luogo difficile e scomodo per chi arriva dalla parte opposta del campo, disincentivando in modo particolare le studentesse, preoccupate per la loro sicurezza durante il tragitto.

Meno dell’1% degli studenti che accedono all’università tradizionale nel mondo vive in campi per rifugiati. Con il metodo del connected learning, ossia del riunire gli studenti in un luogo fisico e insegnare loro tramite corsi online, si dà la possibilità a molti di avere una formazione che non avrebbero mai avuto altrimenti. Inoltre, far incontrare gli studenti “dal vivo” mantiene il vantaggio – finora appannaggio esclusivo dell’università tradizionale – dell’interazione personale e dello scambio di idee, pur mantenendo i costi molto bassi e accessibili.

L’idea di un connected learning è tutt’altro che remota, anche nei Paesi più industrializzati. Si tratta di un modo innovativo di concepire l’apprendimento, che sfrutta i punti di forza dei due poli educativi che sembrano sfidarsi: l’istruzione tradizionale e quella digitale. Sin dall’avvento dei primi MOOC si è percepita chiaramente la polarità di queste due tendenze, quasi fossero elementi che non potevano coesistere. Al contrario, possono integrarsi in modo estremamente efficace, rafforzandosi l’un l’altro.

L’istruzione è un diritto, un bene collettivo e non un privilegio negato ad alcuni. Gli obiettivi di Europa 2020 per l’education richiedono a ciascun Paese membro di arrivare alla quota base del 40% di popolazione laureata entro il 2020. Con il suo 22% attuale, l’Italia arriverà probabilmente non oltre il 27%. L’innovazione in questo settore passa anche, e soprattutto, dalle connessioni che riusciremo a stabilire: tra scuola e università, tra università e lavoro, tra persone e opportunità.

C’è tanto lavoro da fare, ce n’è anche qui. Ma per dirla con Jean Paul Sartre: “La rivoluzione non è questione di merito, ma di efficacia, e non v’è cielo. C’è del lavoro da fare, ecco tutto”.

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