Dietro le quinte della quarta rivoluzione industriale

Il 18 marzo 1968 il candidato alla Presidenza americana Robert Kennedy sfidava il PIL come misura adeguata per il benessere del Paese: “Ci dice tutto sull’America, tranne il perché siamo fieri di essere americani”. Quasi cinquanta anni dopo, con altri candidati in un’altra campagna presidenziale negli Stati Uniti, gli economisti a Davos si sono chiesti la stessa cosa.

Possiamo ancora misurare davvero il nostro Paese in base al PIL?
Il Direttore del FMI Christine Lagarde, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz e il professore del MIT Erik Brynjolfsson sono stati concordi nel dire che se il mondo sta cambiando, dovrebbe cambiare anche il modo in cui misuriamo il progresso.

Simon Kuznets, colui che ha “inventato” il PIL come misurazione, già alla fine degli anni ’30 metteva in guardia sul fatto che il PIL non fosse un indicatore del benessere della popolazione. Conta ciò che compriamo o vendiamo, ma questo non necessariamente combacia con una percezione diffusa di welfare.

A Davos, la direttrice del FMI Christine Lagarde ha suggerito che sia necessario trovare una misura di valore per definire, e probabilmente anche cambiare, il modo in cui guardiamo all’economia. Una misura che dia, appunto, valore.

Il progresso è valore e innovazione, un efficiente e duttile problem-solving.

Il sistema Paese rispecchia in larga parte quello che accade nei micro-mondi quotidiani: la scuola, l’università, il lavoro, le pensioni. Fattori interconnessi e interdipendenti, conseguenze che compongono la nostra attualità.

Per Robert Kennedy, “il PIL misura tutto, tranne ciò che dà un senso alla vita”.
Il compito di ognuno nel suo ambito è di ricercare il proprio indicatore, quello che misura il benessere e dà il giusto valore a ciò che rende una vita bella. Questa deve essere in modo particolare la mission di chiunque faccia formazione, per cambiare l’individuo e, alla fine, cambiare in meglio anche il Paese.

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