I lavori del futuro: saremo tutti delle macchine?

bigquestionx519_0Un report del MIT Technology Review pubblicato pochi giorni fa, scaricabile gratuitamente, ha gettato una luce maggiore sul futuro del lavoro, o meglio sui lavori del futuro.

La tecnologia ha cambiato il modo di lavorare, ma anche di percepire l’economia dei servizi. Situazioni che alcuni anni fa creavano difficoltà – come sapere quando passa l’autobus per decidere se aspettarlo o meno e risparmiare tempo – ora si possono risolvere con un’app, e addirittura l’università stessa può essere racchiusa in un’app che consente di accedere ai servizi in modo più rapido ed efficace, come nel caso della super app LUISS.

Un’analisi che colpisce nel report del MIT è l’intervista a Steve Jurvetson, founding partner del fondo di investimenti Draper Fisher, membro del CdA di SpaceX e Tesla Motors, uno dei principali sostenitori di Elon Musk e founding investor in Hotmail. La sua azienda vanta di aver finanziato società che hanno creato più di 20,000 posti di lavoro negli ultimi cinque anni e di aver portato almeno una ventina di compagnie a un valore di 1 miliardo di dollari prima dell’exit.

Jurvetson prevede che il 90% delle persone tra 500 anni sarà disoccupato, perché sostanzialmente tutti saranno coinvolti in attività legate all’informazione o all’intrattenimento. Nessuno sulla Terra farà lavori fisicamente ripetitivi tra 500 anni, almeno non per garantirsi da vivere. La previsione di Jurvetson è che non ci saranno agricoltori, né persone che lavoreranno nella manifattura. Potranno farlo per svago, magari coltivando l’orto nel proprio giardino per passione, ma meno del 10% avrà un lavoro nel senso di percepire un salario per fare qualcosa.

Una visione apocalittica per certi versi, stimolante per altri. Riusciremmo a immaginare un mondo così? Che ne sarà dell’“umanità” del lavoro?

Già nel giugno del 1930 Maynard Keynes, nella conferenza tenuta a Madrid, il cui discorso è ora nel nono volume dei suoi Collected Writings intitolato “Essays in Persuasion”, parlava – quasi profeticamente e senza aver visto un computer né un cellulare – proprio del momento storico e tecnologico che stiamo vivendo.

Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera. Ma questa è solo una fase di squilibrio transitoria. Visto in prospettiva, infatti, ciò significa che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico.

Uno degli aspetti principali sottolineati dagli autori del report del MIT è proprio la differenziazione tra lavoro tecnologico e lavoro umano, la stessa di cui un secolo fa parlava già Keynes. Se certe mansioni potranno essere tranquillamente automatizzate, alleggerendo il carico di lavoro degli impiegati, resta tuttavia ancora uno zoccolo duro di competenze prettamente umane, che qualunque macchina sarebbe difficilmente in grado di rimpiazzare e che rendono la disoccupazione tecnologica di cui parlava Keynes un fenomeno effettivamente transitorio.

Eppure, cambia anche il lavoro umano. Il report chiarisce sin dall’inizio che è probabile che il lavoro svolto dagli umani coinvolgerà in modo sempre maggiore il pensiero innovativo, la flessibilità, la creatività e le abilità sociali.

Proprio ciò che le macchine non sono in grado di fare in modo appropriato, su cui è indispensabile investire sin da ora il proprio tempo ed energie.

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