Disruptive innovation: generare valore con la creatività.

Disruptive innovation. Letteralmente, l’innovazione che spariglia le carte in tavola.

Matteo Persivale oggi sul Corriere della Sera parla di “distruzione creativa”, pur notando che il termine inglese non contiene l’accezione negativa del termine italiano. La distruzione non implica necessariamente una ricostruzione, una disruption sì.

In linea con tutto ciò qualche settimana fa, in un post precedente, citavo Ray Wang e il suo saggio Disrupting digital business e mi chiedevo: se deve essere molto strutturata, eccessivamente costosa e in definitiva non necessaria, è davvero innovazione? Forse sì, ma è meno vicina al consumatore rispetto alla innovazione disruptive.

Clayton Christensen, professore alla Harvard Business School, che ha coniato il termine disruptive innovation, parla infatti di innovazione che parte dalla base della piramide, guadagnando pian piano fette di mercato fino a raggiungere una posizione di dominio e influenza sugli altri competitors.

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Il vantaggio di piccole aziende che fanno disruptive innovation, sostiene Christensen, è che tendenzialmente sviluppano innovazioni sostenibili, a basso costo e in linea con le esigenze di persone non servite dalla maggioranza delle società che forniscono beni o servizi.

Di conseguenza, diminuiscono i costi aumentando i ricavi e scalano la piramide del successo. Non è un caso che Apple, Microsoft e Google abbiano seguito proprio questo percorso e in meno di 40 anni abbiano di fatto “costruito” Internet e sbaragliato ogni competitor.

L’innovazione disruptive è frutto dell’ingegno e della creatività di chi risponde a esigenze ben precise del consumatore. È, in definitiva, jugaad: semplice, adattabile, efficace e crea valore.

KISS: Keep It Simple, Stupid. È questo l’imperativo, utilizzato nella Marina Statunitense già negli anni ’60, dei nostri tempi dominati da risorse limitate e necessità sempre maggiori.

Mantenere la semplicità aumentando il valore per una fetta sempre più ampia di società. Una sfida che le giovani imprese sono pronte a cogliere e con cui le grandi realtà farebbero meglio a stare al passo.

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