Come abitare responsabilmente la città?

roma-05_13Ieri sera ho avuto il privilegio di partecipare come relatore a uno dei “Dialoghi in cattedrale”, un ciclo di dibattiti promosso da S.E. Card. Vallini nella suggestiva cornice della basilica di San Giovanni in Laterano. Il filo rosso che legava tutti gli incontri era il tema della dignità: dignità dell’uomo, dignità di libertà religiosa, dignità di utilizzare le proprie libertà nello spazio in cui viviamo, dunque nella città.

Il card. Vallini ha ricordato, nella sua introduzione, come la nostra società sia di fatto atomizzata e ridotta a una somma di “io”, quando invece bisognerebbe recuperare il senso di “noi tutti”, un senso di appartenenza a una comunità, che include, integra e alimenta la crescita individuale e collettiva.

Ho avuto il piacere di intervenire al dibattito assieme al prof. Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia dell’Università del Sacro Cuore, il quale ha dato una brillante lettura delle nostre città, di come continuano ad assistere allo sviluppo di grandi eccellenze accanto a grandi miserie. Secondo il prof. Magatti, questo tipo di contraddizioni sono da attribuire al mancato collegamento tra sistemi culturali, sociali, religiosi ed economici. Le cause della crisi del 2008 sono dunque da ricercare non solo in un sistema finanziario che è in parte collassato, ma primariamente nella crisi di un “io” che ha ritenuto di poter vivere in separazione rispetto agli altri. Non più “noi tutti”, ma una somma di “io” scollegati. Il ragionamento ha poi fatto emergere alcune parole-chiave per descrivere il processo di “ri-legatura” che dobbiamo compiere per uscire da questa crisi valoriale prima ancora che finanziaria: valore, cura, libertà.

Innanzitutto, generare valore. Ogni attività umana, che sia un’operazione finanziaria o un progetto di volontariato, ha senso nella misura in cui genera un valore per sé e per altri, ma il valore non può prescindere dalla cura. Il concetto di cura è intrinsecamente reciproco, perché quando si cura si è anche curati. Questo è ciò che fa la differenza in una società composita come la nostra e personalizza la vita individuale e collettiva, piena di differenze che vanno rispettate. Il valore che si genera da un’attività umana si sostanzia proprio nella cura, a cui è connesso anche il tema della libertà. Spesso si crede che la libertà sia contrapposta alla cura, perché questa viene vista come un vincolo alla manifestazione della propria libertà. In realtà, sia a livello personale che di comunità, chi sa prendersi cura trasforma la propria libertà in bellezza, progresso, crescita.

Tutto ciò assume un senso maggiore quando si impara la responsabilità, ed è questo a cui la scuola e l’università devono puntare. Allenare alla responsabilità significa trasmettere esperienze prima ancora che nozioni e valorizzare i momenti di condivisione, favorendo una crescita “larga”, che includa anche chi si trova al margine della società. L’idea di comunità va dunque di pari passo con l’idea del servire, che di fatto non è altro che il senso attivo del prendersi cura.

I ragazzi che arrivano oggi all’università hanno già questa predisposizione a servire. Non hanno mai conosciuto un mondo senza crisi e sono pronti a mettersi in gioco per costruire, e non per ricostruire.

Sanno che si può fare, sanno che la Death Valley può fiorire anche se siamo abituati a vederla arida.

Non lontano da dove vivo c’è un posto chiamato Valle della Morte. La Valle della Morte è il posto più caldo e più arido dell’America, e non ci cresce niente. Non ci cresce niente perché non piove. Quindi, Valle della Morte. Nell’inverno del 2004 ha piovuto nella Valle della Morte. 17 centimetri di pioggia sono caduti in poco tempo. E nella primavera del 2005 si è verificato un fenomeno. L’intera Valle della Morte è stata coperta di fiori per un po’. Questo ha provato che la Valle della Morte non è morta. È addormentata. Sotto la superficie sono sepolti i semi della possibilità che attendono le condizioni adatte per emergere e, per i sistemi organici, se le condizioni sono quelle giuste, la vita è inevitabile. Succede sempre.

Sir Ken Robinson

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